INTRODUZIONE DELLA METAFISICA
ALLA RICERCA DELLA FONTE
Mattia Arreghini
Questa, che comincio a raccontarvi, è la cronaca della mia ricerca, tutt’ora ininterrotta – ed è cronaca pur senza che ancora riesca ad intravedere in che modo essa possa concludersi; per quanto non sia poca la strada già percorsa.
Ancora, sono alla ricerca della fonte, dello sgorgare delle acque. Ne sento, nel sonno, il gorgoglio; oppure nel momento quieto appena concluso di bere, appena poggiata la tazza. Sgorga l’acqua ma volgo lo sguardo, ed essa si dilegua e tace; così, riprendo il cammino, attento con il mio bastone alle vibrazioni della traccia, ancor prima che torni suono. Lascio che sia il mio strumento a guidarmi.
È per questa traccia che ho deciso di iniziare il racconto, perché pur nella sua provvisorietà serve lo scopo di mantenerla, la traccia; di segnare tutti quei sentieri che si perdono nella selva, senza che vi sia un’interruzione in cui dire: “questo è il posto”.
Tempo fa sentii un uomo dire che una fonte anziché un luogo è un percorso fortemente complesso, senza un preciso inizio in un solo punto della montagna. Secondo costui una fonte è il risultato di molteplici flussi, di biforcazioni e di sedimentazioni: un’entità erratica e fluida, una molteplicità da cui solo poi, in seguito, nasce il fiume. Quest’uomo, mentre mi guardava, gesticolava tra le sue parole, con miriadi di fogli, appunti, schizzi, note, che avrebbero dovuto cartografare ciò che intendeva dire; lo ascoltavo, ma lo facevo distraendomi sui suoi scarponi, chiedendomi quante fonti, quanti sentieri interrotti aveva raggiunto, per accorgersi solo in seguito che non erano quegli esatti che cercava.
Dal canto mio, ho risalito il fiume per tutto quello che mi pareva essere il suo corso, ma solo per accorgermi che anche il corso stesso era molteplice, anziché lineare. Non fu certo solo un paio di volte che credetti di seguire il fiume, ed invece mi inoltravo in quello che, solo dopo, si vedeva esserne un affluente.
Nel frattempo leggevo, durante il riposo e non appena riemergeva la sensazione di traccia. Leggevo qualche straccio, dei foglietti, con qualche appunto giusto appena trascritto: quelle che per gli altri sono delle deviazioni sono per me i dati che definiscono la mia rotta. Io baso i miei calcoli sui differenziali del tempo che per gli altri disturbano le “grandi linee” della ricerca.
E perché esserne deluso? Eppure, questo spesso era il sentimento, mai del tutto sopito e ingigantito dalla frustrazione per non riuscire, sempre più simile a un’ansia scura che via via rendeva più torbide le tracce del sentiero. Nello stesso straccio era scritto: i tentativi altrui equiparati alla navigazione in cui le navi sono sviate dal Polo Nord magnetico. Trovare questo Polo Nord – con il corsivo su “questo”, e quindi quale Polo Nord, quale differenziale nella rotta?
Guardo il fiume, sento la traccia della fonte. Essa è vicina, poiché vibra il mio bastone – ma proprio perché vicina essa mi è lontana! Ed io non so guardare, poiché appena levo lo sguardo essa tace, ma mormora non appena cammino. Essa ha il suono soffice della neve che scricchiola, che si compatta e frantuma allo stesso tempo, sotto i piedi. Ma ha anche il suono delle foglie secche, spostate dai passi, poco più a valle; e dopo le piogge non più un crepitio bensì un fruscio, più diffuso – vi è acqua ovunque.
Mentre mi sposto da un lato all’altro dello scorrere dell’acqua, penso ogni volta alle parole del cartografo, al suo dire che la fonte non esiste se non nel suo errare: erratica e fluida. E ripenso alle carte che aveva intorno a sé, alle forme con cui esprimeva i monti e i ghiacci sui fogli, poiché tracciava costellazioni. Forse tardi ho capito di che immagine parlava.
Che cos’è un’immagine? E quindi che cos’è la metafisica? Se da questa domanda ci aspettassimo un discorso sull’immagine, dovremmo aspettarcene uno sulla metafisica, allo stesso modo. Ma io vorrei entrare all’interno dell’immagine, e lasciarle così la giusta possibilità di presentarsi da sé. Non domandarmi quindi cosa sia un’immagine, ma lasciando che l’immagine si esprima da sé. Semmai, il mio domandare prepara il campo, smussa i rovi e dirada le frasche, estirpa l’erba cattiva e raccoglie quella buona, è il gesto del giardiniere: egli sa che il bisogno della metafisica giunge per turbamento dell’animo, che si è vocati alla metafisica, e proprio per questo ordina il campo dove essa può esprimersi. Sta componendo il giardiniere, e compone propriamente un’immagine: egli si predispone all’espressione, ma crea le condizioni per la sua rappresentazione. E allora?
E allora il problema è forse in un platonismo di riflesso, per cui tutt’ora ci convinciamo che l’immagine è mera copia, e in quanto tale velo sul vero? Oppure, che nella rappresentazione riconosciamo l’ordine dell’oggetto, la sua forma e quindi il suo controllo? Delle due l’una, oppure entrambe – allo stesso tempo, o nella dialettica storica. È solo un semplice gioco di parole, in filosofia, il ribaltamento del genitivo, semplice poiché con il dire maschera il suo ermetismo. Posso credere di spiccare in brillantezza se millanto che la metafisica dell’immagine si risolve nell’immagine della metafisica: ecco, puntuale, ho approntato la formula per il dottorato. Che sia vero o meno, non m’importa, ne capisco il senso, forse, ma allo stesso tempo mi allontana. È il fiume, il mio problema, lo scorrere di quest’acqua e la sua origine, le sue molteplici origini – la questione allora è questa, forse, ossia che le miriadi non sono rappresentabili, che l’erratico sfugge l’immagine, e che la fonte non esiste come oggetto; un’esistenza aniconica. Che cosa sto cercando?
Quello con il cartografo, o meglio, il costellatore, non fu l’unico incontro che feci in questi tempi, poiché mi fermai di passaggio presso un piccolo paese, poco sotto un alpeggio verso il quale intendevo dirigermi. Fu breve la visita, poiché era in corso una lite, furiosa, degli abitanti insorti contro il maestro della scuola. Egli non sembrava propenso a comprendere, eppure era proprio nelle sue parole che si nascondeva il senso dell’incomprensione. Era accusato di aver picchiato gli scolari, con il bastone sulle mani, come un tempo, di aver fatto sanguinare le nocche di coloro che non comprendevano la metafisica, nella sua applicazione algebrico-aritmetica. Egli si rivolgeva alla piccola folla del villaggio, che lo accerchiava, ma sembrava più parlasse da sé e per sé. Dove s’incontrano effettivamente due principî che non si possono riconciliare l’uno con l’altro, là ciascuno dichiara che l’altro è folle ed eretico. La dualità del conflitto era ben chiara, in quel contesto; ma soprattutto, egli ripeteva, ossessionato dal suo parlare – al termine delle ragioni sta la persuasione. Pensa a quello che accade quando i missionari convertono gl’indigeni. Al termine delle ragioni sta la persuasione.
Ed ora, io, a carponi frugo nel greto, non sapendo se esso invece sia il fianco del monte, ghiaia tra altra ghiaia, senza che davvero possa dire: “l’acqua che ora bevo è la vera fonte!”, poiché ad ogni goccia che stilla dalla roccia, un’altra emerge poco più su. Così ancora mi isso sempre più sopra, un masso dopo l’altro, e poi ancora, e poi ancora, più su. Questa mia cronaca non può che essere questo, uno strato sopra l’altro di sedimenti e impressioni.
Talvolta ripenso a ciò che una persona a me cara mi disse, che a sua volta aveva sentito dire da un’amica, mentre passeggiavano a valle: costei teneva sempre lo sguardo basso, per non vedere mai le cime dei monti, le loro rocce incombere sulla testa. Diceva che esse altro non sono che onde antiche, onde che si fingono pietra immobile, onde che sopravanzano i millenni, pronte ad abbattersi appena la luna cambia la marea. Pietre che si sciolgono, pietre che accelerano. I fiumi che risalgo mi portano sui fianchi di questa marea, e vi ridiscendo nel suo sciogliersi, quando la roccia che si è fatta ghiaccio cede sotto i colpi delle macchinazioni.
Osservo il ghiaccio. Osservo la montagna. Quale drago ha dato origine a tutto questo?
