Care e cari della direzione e dello staff di Visioni dal Mondo,
con la presente mail ci teniamo a comunicare in modo più approfondito e con maggiori delucidazioni la nostra scelta di ritiro dal festival Visioni dal Mondo 2025, al quale eravamo stati selezionati con il lavoro “Sbagliati al momento giusto”.
Desideriamo innanzitutto ribadire quanto siamo coscienti del ruolo che svolge la divulgazione giornalistica nel narrare possibilità di fatti, nel costruire conseguenti opinioni, relegando in un momento secondario e lontano la possibilità di accertarle. Viviamo in una dimensione dove il tempo è un prodotto di consumo, e la maggior parte delle testate giornalistiche valutano quante letture possa ricevere una notizia, anziché quanta attendibilità possa avere l’informazione fornita. Siamo coscienti di questa dinamica, ed è parte fondamentale del nostro lavoro e della nostra ricerca. La costruzione arbitraria di interpretazioni (ci riferiamo all’episodio dell’aggressione in Autogrill, da voi citato nella vostra risposta al nostro ritiro) prende forma proprio grazie a questa forma di divulgazione di fatti, di opinioni. Una divulgazione che si fa consumare, che procede speditamente a velocità in cui è impossibile prestare attenzione, in cui il lavoro di verifica collettiva rimane fuori tempo.
Per questo motivo, per questa necessità di attenzione e verifica, noi non facciamo comunicazione ma arte. Per questa attenzione necessaria noi riconosciamo la costruzione mediatica e la identifichiamo. Proprio per questa attenzione, che cerchiamo di far sì che rimanga in vita, noi distinguiamo l’antisemitismo dall’antisionismo.
La costruzione di opinioni resta ai giornali, resta nei dialoghi di chi non ha il tempo di fermarsi e digerisce i fatti, così come sono presentati, in una forma di realismo predefinito. Al contrario, la costruzione di un’ideologia vive di stratificazioni e complessità che hanno bisogno di sedimentazione, di tempi che richiedono attenzioni intellettuali e rinunce di profitti, di fama e di denaro – di opportunità perse e occasioni sprecate.
Durante la conferenza stampa di giovedì 17 luglio, dedicata alla presentazione complessiva di Visioni dal Mondo 2025, siamo venuti a conoscenza della partnership che il festival intrattiene con CoPro. Ciò che sappiamo di CoPro è che si tratta di una fondazione israeliana (CoPro: Israeli Content Marketing Foundation) che opera da più di vent’anni per promuovere sul mercato internazionale la produzione documentaristica e cinematografica (in particolar modo i lavori di animazione) israeliana. Come spiegato nella presentazione sul loro sito, e come certamente ben sapete, scopo della fondazione è quello di costruire reti di collaborazioni in tutto il mondo con gli artisti israeliani che rappresentano. Dichiarano di essere la prima e unica organizzazione no-profit in “Israele” a dedicarsi alla distribuzione di tali contenuti in maniera esclusiva, sostenendo di garantire, con questa dicitura, una sorta di indipendenza dalle istituzioni governative.
Vi scriviamo questo poiché la presenza di questa partnership è però per noi problematica, su più livelli.
Il primo riguarda la presunta indipendenza di una fondazione che vanta però, per quanto riguarda la Industry, collaborazioni con il Ministero della Cultura e dello Sport, il Ministero degli Affari Esteri, la Divisione per gli Affari Culturali e Scientifici, l’Israeli Film Council, giusto per citare alcune istituzioni. Per quanto possa dichiararsi indipendente sul piano autoriale, CoPro allo stesso tempo intrattiene relazioni commerciali o di supporto con le istituzioni governative israeliane. La storia dell’occupazione dei territori palestinesi da parte del progetto sionista di “Israele”, aggravate drammaticamente in questi due anni dal genocidio in corso, necessita come risposta da parte nostra di un boicottaggio strutturale dell’economia israeliana. L’ultimo rapporto della Relatrice Speciale per le Nazioni Unite Francesca Albanese mostra in maniera chiara la fitta rete commerciale che sostiene e finanzia il genocidio del popolo palestinese, e mantiene florida l’economia di occupazione israeliana. La presenza di CoPro tra le partnership di Visioni dal Mondo è in linea con la pervasività degli affari israeliani nelle reti culturali ed economiche occidentali.
Ad un secondo livello del problema, la presenza di CoPro legittima e tutela, anche involontariamente, le azioni di un governo e le sue politiche di repressione e genocidio. Comprendiamo che l’esplicito scopo di CoPro sia quello di tessere relazioni, esportare nel mondo la produzione cinematografica e culturale di “Israele”; è evidente però che mantenere o instaurare questi legami di collaborazione genera, volente o nolente, l’impedimento all’interruzione del genocidio e dell’occupazione. La distinzione tra antisemitismo e antisionismo, di cui abbiamo accennato sopra, si mostra nella sua chiarezza in questo punto: il nostro ritiro vuole mettere in discussione la legittimazione della politica sionista, agendo proprio sul piano richiesto da CoPro, ossia quello di tessere relazioni di collaborazione. Non si tratta ovviamente, e ci parrebbe pure superfluo doverlo specificare, di un rifiuto di compresenza con realtà ebraiche o di ogni altra appartenenza etnica, religiosa, linguistica. Si tratta di un tentativo di rifiuto di connivenza con la presenza di istituzioni israeliane o legate ad “Israele”.
Dichiariamo questo consapevoli che il processo di legittimazione non deriva da una forma esplicita e dichiarata, ma da un processo comunicativo ed espressivo che deriva anche dal linguaggio cinematografico. Nell’attuale società capitalista, nella società dello spettacolo integrato, anche il linguaggio cinematografico diviene sempre più un camuffamento di propaganda e la generazione di consenso politico. Dunque, nel caso di CoPro, riteniamo che l’autodichiarazione di indipendenza e di distanza dalla politica israeliana siano parole che non corrispondono ad azioni; anzi, alimentano e generano il loro significato contrario e la distanza dal regime attuale rimane solo retorica.
Nell’odierno sistema capitalista si decide quale critica è ammissibile e quale no, quale critica può essere assorbita al suo interno e cosa invece scartare e mantenere offuscato. Allo stato attuale, le opere e i contenuti presenti nei canali di distribuzione CoPro, riteniamo non rappresentino una vera e propria presa di posizione efficace per un distanziamento dal sionismo, dall’occupazione dei territori palestinesi e ancor peggio dal genocidio in corso. Queste dinamiche rendono le istituzioni italiane, come anche le istituzioni europee, conniventi se non direttamente complici di “Israele”, anche nel momento in cui si usano terminologie di dissenso che perdono efficacia e diventano strumento. Per quanto CoPro possa dichiararsi indipendente, ed effettivamente avere come statuto l’essere un’organizzazione no profit, sul piano culturale e sul piano politico la loro presenza non mette in discussione l’ordine delle cose attuale. La stessa mancanza di dichiarazioni, il silenzio sui fatti in corso, formano strumentalmente un tacito consenso.
Per questo motivo, la decisione di ritirare il nostro documentario vuole invece essere una messa in discussione di questa forma di ordine, con l’esplicito tentativo di entrare in conflittualità e delegittimare ogni forma di collaborazione con entità israeliane o in collaborazione con “Israele”.
Questo è ciò che ci porta alla terza motivazione, ossia l’incompatibilità tra il nostro lavoro come collettivo di ricerca Compagnia Gerunda e la collaborazione con istituzioni come CoPro. Compagnia Gerunda si occupa di studiare ed intervenire nell’immaginario sociale, inteso come materiale plastico capace di muovere e dare forma al reale. La costruzione di narrazioni in grado di persuadere della propria legittimità, l’utilizzo della finzione e della mitopoiesi da parte di gruppi di potere in cerca di egemonia, sono esattamente i temi su cui e con cui lavoriamo; il progetto di Sortilegio a Milano nasce con questo esatto intento.
Rivediamo quindi nella presenza di CoPro l’ennesima forma di persuasione strutturata da un potere, quello sionista, che attraverso la manipolazione della rappresentazione cela l’orrore del genocidio.
Questo messaggio contiene in se certamente un rispetto nei vostri confronti e l’affezione per i passati dialoghi e rapporti lavorativi.
Siamo disponibili per ulteriori confronti e delucidazioni.
Un caro saluto
Compagnia Gerunda
Mattia, Valerio, Raffaele, Elia
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