Studio Scalzo – Milano
24 aprile 2026
Abbiamo preso l’iniziativa di collaborare nella distribuzione del film di Close and Remote, dedicato a Mark Fisher. Per la proiezione abbiamo scritto il testo che segue:

Nel film We’re Making A Film About Mark Fisher viene detto che la finzione può non essere solo una finzione; che una finzione può rendersi reale. Non si tratta semplicemente di credere alle finzioni finché queste divengono reali ma di accrescere il potere che la finzione ha di operare nella realtà stessa. La finzione può essere sorgente stessa di questo accrescimento o al contrario può essere strumento di manipolazione e insensibilizzazione. La finzione, che può essere detta mito, oggetto narrativo, racconto, è sorgente genuina quando non vuole sostituirsi al mondo stesso, quando opera attraverso la condivisione, la dimensione sociale nella possibilità anche di essere ridiscussa.

La distruzione violenta del mondo, l’erosione degli spazi pubblici, delle possibilità e dei tempi di incontro e scambio che non siano vincolati a logiche commerciali, hanno reso la dimensione politica oggi sempre più sterile. L’interrogarsi sui sentieri da percorrere per modificare lo stato delle cose fatica a tenere il ritmo della sottrazione e della devastazione. E finiamo per essere indotti a vivere una sorta di cinismo che ci aiuta a confortarci in quel poco che ancora riusciamo a tenerci caro.
Contro questa riduzione dei nostri affetti e delle nostre relazioni, stiamo cercando di costruire uno sguardo orientato verso il territorio e il paesaggio, che vuole essere uno sguardo di attenzione per la dimensione collettiva dell’abitare o dell’attraversare lo spazio. La territorialità non vuole essere motivo di identitarismo o appropriazione, ma coltivazione di un sentimento di uscita, di movimento, di possibilità non previste. Lo stesso Fisher parla del fatto che non ci sono identità, ma solo desideri, interessi, identificazioni.

Nella città di Milano la costruzione del paesaggio è appropriazione, privatizzazione: il suolo pubblico diventa suolo privato ma concesso ad uso pubblico. Così gli autori della privatizzazione mascherata di rigenerazione possono pensare di illuderci: vogliono che pensiamo di poter fare le stesse cose di prima – passeggiare, prendere il sole – senza che ci accorgiamo che siamo già previsti, accettati (forse) e consumati. Nei parchi privati ad uso pubblico non c’è possibilità di discussione su come quei parchi potrebbero essere, su come potremmo viverli, e i nostri sentimenti sono incanalati nelle forme preconfezionate del consumo o della partecipazione organizzata da chi può aver già deciso.
La stessa logica di privatizzazione si diffonde anche nelle relazioni, dominate da un fare protezionista, come se tra noi e l’altro ci fosse un confine netto: le esperienze stesse si sono privatizzate, così come i circuiti di dialogo e i conflitti. Le privatizzazioni sono delle privazioni. Se e quando viene concesso l’accesso, bisogna sapersi comportare, adeguati all’occasione. Il paesaggio è sorvegliato, presidiato, ogni angolo è sempre più sotto l’occhio di una vedetta, che sia un militare, una telecamera, o un comportamento introiettato. Si stanno automatizzando i comportamenti?

Fisher parla di realismo capitalista come di una struttura del sentimento, che interpella e plasma i nostri desideri, saturando ogni vuoto possibile con il prodotto già pronto e voluto. Vogliamo invece vivere la meraviglia della capacità espressiva come l’insinuazione negli spazi occlusi del nostro sentire.
Una voce parla intorno a noi e ci dice come dobbiamo comportarci, ci indica la direzione in modo che non possiamo sbagliare; ci protegge e ci conforta; ci consiglia e ci spiega anche come effettivamente stanno le cose; dove leggere, cosa leggere, di chi fidarci.
Immaginarsi una cosa e averla messa in pratica è l’effettivo atto finzionale; la fantascienza non ha più senso di esistere poiché i confini tra il fantastico e lo scientifico sono trasbordati. Il fantastico, l’atto di costruzione finzionale, ha raggiunto e coperto la realtà. L’immaginarsi uno sviluppo tecnologico e il suo impatto sulla natura non è più letteratura, non risiede nell’intrattenimento televisivo – forse, il fatto che fosse così in passato fu per sottovalutazione e così l’immaginato è entrato nelle nostre vite come un vero cavallo di Troia.
È proprio con questa consapevolezza che i programmi politici delle nuove destre tecnofasciste stanno costruendo il consenso e direzionando gli immaginari. La costruzione di un futuro che la maggioranza di noi non vuole ma che subisce con assuefazione.
Il “Grande Altro”, quella voce che ti guida e che ti indica di volta in volta come comportarti, è oggi in ampliamento e forse Fisher non ha avuto modo di vivere in prima persona questo stadio. L’ingresso così violento dell’intelligenza artificiale nelle nostre quotidianità, nei contenuti che si consumano, nelle fonti che si ricercano, ne è una tangibile espressione e risultato.
Accusiamo la trasformazione dell’esistenza in una visita guidata, durante la quale la mediazione dell’esperienza diventa manipolazione del sentire, frastornati dal vociare delle audioguide innestate. Consumando sentimenti, incanalati in forme preconfezionate, smarriamo la possibilità di comprendere in che maniera mediamo le nostre sensibilità. Una politica dei media è una politica necessaria in quanto una politica dei sentimenti, delle percezioni, delle sensazioni del mondo e delle relazioni. Senza questo, ciò che rimane è l’anestesia.

Stiamo lavorando da qualche anno ad un oggetto narrativo (Sortilegio a Milano) che chiamiamo illusionismo filmico. L’interrogarci su cosa sia un oggetto narrativo, un illusionismo, un sortilegio, ci ha portato a domandarci se sia davvero possibile svelare una finzione con la pretesa di riposizionarla in una verità. Questo riposizionamento diventerà poi un nuovo contenitore opaco che richiederà a sua volta di essere svelato? Svelato in nome di quale verità che opera su quale menzogna?
Forse, se vogliamo svelare, dovremmo invece continuare a incantarci e meravigliarci, mantenere un sentimento vivo nei confronti della capacità espressiva di generare mondi. Uno svelamento che non nega il gioco dell’incanto, ma che lo mantiene vivo tenendo in evidenza i punti di sutura, dichiarando il potere espressivo del racconto, della finzione. Ci rendiamo conto che il mantenimento di questi sentimenti è sempre più un lusso; un lusso politico, che riguarda il vivere collettivo, perché tra di noi sempre meno possiamo permetterci di sbagliare, sempre meno possiamo permetterci di sognare.
Con queste considerazioni non vogliamo e non siamo in grado di proporre soluzioni, non da soli, ma abbiamo l’interesse di immetterci in una composizione di sensibilità ben più grande e contribuire a questa cosa. Le arti hanno la capacità di immettersi nei flussi e di mostrare con sedimentazioni andamenti mutevoli.
La questione della mediazione dell’esperienza è la questione politica che stiamo affrontando componendo immagini, generando narrazioni, ragionando con rappresentazioni. L’arte, in tutte le sue manifestazioni, permette ed è il campo che offre una visione strutturale alla critica del linguaggio e all’espressione, senza cristallizzazioni di metodi e preimpostazioni ma con la possibilità di generare dubbi e ottenere lo sguardo dello stupore dell’invenzione.
Con l’immagine in movimento, con la composizione filmica, ci stiamo accorgendo che non basta scoprire il fittizio per svelare il vero. Verità e finzione sono entrambe costruzioni interne al reale, convivono e si alternano, mutano e si confermano vicendevolmente. Stiamo considerando quindi il reale non come univoco circolo polarizzato e portatore di verità e menzogne, di bene o male, ma come assemblamento di convinzioni, percezioni, desideri e aspirazioni. Voglie varie di futuro.
Questi sentimenti sono provocati e indotti, sono coscienti o incoscienti; da essi si possono trarre posizioni di adesione o di sottrazione. Stiamo capendo che non è sufficiente svelare il male per riavere il nostro bene, come fosse un segnale universale. Dobbiamo decidere quale è la cosa alla quale aderire, o come costruirla, come alimentarla, anche con narrazioni, che essendo finzioni possono abitare il reale.
Le finzioni corrodono o arricchiscono la nostra coscienza, possono portarci ad una maggiore coesione e farci comprendere e leggere la realtà costellata di narrazioni e percezioni. Con l’attenzione che non generino sopraffazione, subordinazione, accentramento di potere: altrimenti rimangono superstizioni amplificate, speculazioni di sabotaggio della sfera cognitiva di tutte e tutti noi.
Compagnia Gerunda


